RADIO LIBERTA’ AL BANDO

Interkavkaz pubblica un articolo dell’ex redattrice del sito internet della «Radio Svoboda» (Radio Libertà) Ljudmila Telen’, cacciata via assieme a tutto il collettivo a fine settembre 2012. Qui di seguito rendiamo nota anche la lettera aperta degli ex collaboratori della stessa radio.

DELITTO IN ORDINE ALFABETICO

Come hanno cacciato i giornalisti di “Radio Svoboda”. Di Ljudmila Telen’ per la “Novaja Gazeta”.

Quando Masha Gessen ha iniziato a lavorare per la radio come consulente, ha avuto con me una lunga discussione. Voleva sapere come, secondo me la radio si sarebbe dovuta sviluppare. Mi faceva domande, annuiva e mi diceva: «Si, si anche io la penso così…». Credevo che ci capissimo alla perfezione.

…Giovedì scorso ci hanno richiamati tutti sin dalle 8 del mattino (anche coloro, che avevano appuntamenti importantissimi). Alle 10.30 eravamo tutti in redazione e ci hanno comunicato che il nostro lavoro non era più necessario. Avrebbero continuato a pagarci i contratti e le indennità fino alla fine dell’anno, ma non dovevamo più presentarci in ufficio. Alla domanda su cosa ne sarebbe stato del sito internet e se anche tutti i miei collaboratori sarebbero stati cacciati, ho ricevuto come risposta un gentile: «Non sono affari suoi!».

Sono sicura che la signora Gessen, in quanto manager, abbia concertato questi licenziamenti. È chiaro che il compito, per cui era stata assunta, era fare “il lavoro sporco”.

Sul sito internet di «Radio Svoboda» c’era una statistica pubblica in cui era visibile il forte incremento dei visitatori, ai quali bisogna aggiungere le diciassette mila visite su «Facebook» e le ventuno mila su «Twitter». Quando abbiamo iniziato a lavorare sul sito internet della radio, non c’erano neanche i video. Adesso abbiamo anche le dirette degli avvenimenti più importanti e il tutto ha avuto inizio prima ancora che su gli altri siti internet.

Io ho avuto sempre carta bianca su qualsiasi tipo di rinnovamento che riguardasse il web, anche se le dirette radio non subivano innovazioni e la contraddizione si notava.

In «Radio Svoboda» c’erano persone assolutamente contrarie ai rinnovamenti del sito internet e spesso i compromessi erano visibili.

Venerdì è iniziato il “delitto in ordine alfabetico”. Hanno cacciato via tutti: a sera dei sessanta collaboratori sono rimaste solo una decina di persone.

Sulle imminenti trasformazioni che sarebbero dovute avvenire a «Radio Svoboda», sapevamo già a marzo; dicevano: «l’auditorio della radio è sempre meno giovane». 

Il consiglio di amministrazione americano ha deciso di spostare tutte le attività della radio su internet, la tradizionale «Radio Svoboda» si trasformava dunque in una piattaforma multimediale.

Ciononostante la direzione della radio non presentava alcun progetto con i contenuti e le idee del rinnovamento. Tutto il tempo si parlava di cose tecniche: come ad esempio creare uno studio supertecnologico, ma non si capiva per chi o per cosa.

Nel frattempo le trasformazioni erano tangibili. La situazione è iniziata a trasformarsi velocemente un anno fa assieme alla dirigenza. Tutto cambiava rapidamente in modo imprevedibile

Dal punto di vista storico e professionale, abbiamo attraversato straordinariamente anni interessanti: la comparsa di persone nuove e nuovi apparati tecnologici.

Nel novembre 2010, quando Khodorkhovskij fece le dichiarazioni finali al processo, noi avevamo il filo diretto dal tribunale. Nessun adeguamento tecnico era avvenuto, avevamo dato un telefonino al suo avvocato con la richiesta di tenerlo il più possibile vicino al proprio assistito. Non sapevamo se avrebbe funzionato, ma funzionò. Io avevo il groppo in gola: innanzitutto perché tutto si sentiva alla perfezione e poi per l’effetto di quella diretta, ascoltata da decine di migliaia di persone.

Mandammo pure una troupe a Vel’sk, per il processo a Lebedev. Questa fu una cosa senza precedenti nel giornalismo russo, avevamo trasmesso per due giorni di fila la diretta di un processo e la gente la seguì senza staccarsi mai.

Negli ultimi anni l’afflusso di giovani freelance dall’Università di Mosca (MGU) ha ingrossato l’onda con persone brillanti, interessanti, fuori dall’ordinario, capacissimi di scrivere, professionali e sempre pronti a imparare e lavorare anche di notte, senza alcun compenso o con pochi spiccioli.

Al tempo stesso l’ambiente lavorativo in questi anni andava degradandosi a vista d’occhio. Un piccolo esempio: il dibattito tra i nuovi redattori insediatisi dopo la cacciata di Filipp Dzjadko da “Bol’shoj Gorod” è stato come una condanna pubblica, vergognosa, mossa da uomini incapaci a mostrare solidarietà.

Non ci rimane che ripensare a tutto quel che concerne la nostra professione e ricominciare dalle cose più elementari. Quando sapremo di chi fidarci nella nostra professione e di chi diffidare, cos’è la vergogna e cosa invece va fatto, cosa può essere perdonato e cosa non si può scusare. Tutto ciò in questi anni è andato perduto. Speriamo che in questo senso la nuova generazione riesca a stimolare la vecchia.

LETTERA APERTA DEGLI EX-COLLABORATORI DI “RADIO SVOBODA”: (autoreLelja Vlasenko)

Ho lavorato per «Radio Svoboda»  per tre anni, scrivendo, realizzando documentari e dirette live per il sito russo «www.svobodanews.ru» e registrando report audio per la radio stessa.

Durante questi tre anni il gruppo, che è stato licenziato due settimane fa, ha con il proprio lavoro fatto aumentare il numero dei visitatori del sito almeno di venti volte. Siamo stati la prima emittente NON televisiva a registrare e mostrare azioni di protesta e scandali (Mikhail Khodorkovsky, Platon Lebedev, Pussy Riot) attraverso dirette o documentari (le vittime dell’inondazione in Krimskij; le proteste elettorali in Astrakhan; la ricerca del leader tra la società civile…).

«RFERL» («Radio Svoboda») era la seconda emittente più seguita in Russia dopo «Eco Moskvy», che al contrario di noi, ha frequenze FM.

Dopo numerose conversazioni con i veterani di «RFERL», come il direttore tecnico Il’ja Tochkin, molti miei colleghi ed io siamo giunti alla conclusione che i nuovi manager di «RFERL» (Steve Korn e Julia Ragona) non si sono posti neanche l’obiettivo di continuare a trasmettere a Mosca e/o ricercare nuovi partner che potrebbero ritrasmettere «RFERL» nelle frequenze FM. Un approccio del genere ridurrebbe l’audience di «RFERL». Tale auditorio consiste in due grossi gruppi: uno che preferisce consultare on-line il sito web (almeno centomila visitatori al giorno) e uno che ascolta «RFERL» per radio (settanta-centomila radioascoltatori giornalieri solo a Mosca).

Certamente il pubblico russo di «RFERL» non attenderà la fine delle trasmissioni della radio, in programma per il 10 novembre, ci volterà le spalle subito, venendo a conoscenza dei licenziamenti di massa di professionisti che hanno speso anni nello sviluppo dell’emittente.

Due dei licenziati sono disabili; altri due sono madri non sposate.

Steve Korn e Julia Ragona dicono che i licenziamenti erano basati su un “consenso tra le parti”. Tutto questo è falso.

La nuova dirigenza della radio ha costretto lo staff a dare le dimissioni avendo bloccato i computer e cambiato le password di accesso al sito web di «RFERL». Se un dipendente avesse rifiutato di dare le dimissioni, sarebbe stato licenziato lo stesso: la nuova dirigenza di «RFERL» avrebbe sicuramente trovato un’opportunità per cacciarlo, per assenza, per esempio, in accordo con l’art. 81 del Codice russo dei lavoratori.

La registrazione audio della scena delle dimissioni è a disposizione di tutti, anche come prova di fronte ad una corte.

Tali metodi di gestione appaiono piuttosto come una cattiva amministrazione e violazione di valori etici e morali: ci parlano di un nuovo concetto di multimedialità e licenziano i giornalisti, i quali hanno incrementato il pubblico russo di «RFERL» di dieci volte; cacciano i giornalisti, che negli ultimi venti anni sono diventati una parte del marchio «RFERL».

Per questo io protesto.

L’ufficio editoriale, che è costituito da persone che passano gli anni a rischiare la vita e la salute («RFERL» non dava copertura sanitaria ai propri dipendenti a Mosca e nelle altre città della Russia), a difendere i diritti umani e la libertà di espressione, è stato eliminato non da un nemico esterno, ma proprio dal suo consiglio di amministrazione, a spese dei contribuenti americani, i soldi dei quali sarebbero dovuti essere usati per promuovere la democrazia.

Le decine di professionisti dall’ineccepibile reputazione e la seconda piattaforma mediatica e marchio più popolare in Russia sono vittime di una cattiva gestione, che ha causato preoccupazioni dei più importanti attivisti russi per la difesa dei diritti e dell’ex Presidente dell’Unione Sovietica e premio Nobel per la pace Mikhail Gorbachev.

Questa cattiva gestione, dal punto di vista dei miei colleghi e mio, può essere analizzata e rivista prima che sia troppo tardi per ripristinare ciò che è andato perduto.

7/10/2012
Fabrizio Ossino

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