La Russia tra leggi antiterrorismo e caccia al negro

La proposta di legge del Presidente russo Putin d’inasprire le pene contro le attività terroristiche potrebbe essere votata dalla Duma già questa settimana e nel Paese tra attentati e omicidi si rischia una vera e propria caccia all’immigrato.

La Russia tra leggi antiterrorismo e caccia al negro

Lunedì 21 ottobre 2013 a Volgograd, in Russia a causa di un attentato hanno perso la vita sei persone e ventisette sono rimaste ferite. Il presunto kamikaze sarebbe una donna daghestana da poco convertitasi all’islamismo, quel che basta per far accomunare, nell’immaginario collettivo del russo medio, quest’attentato con l’omicidio avvenuto a Mosca il 13 ottobre, in seguito al quale è scoppiata una violenta manifestazione di estremisti di destra. Quale legame c’è tra i due avvenimenti? L’immigrato dal Caucaso del nord.

Azione-reazione

Già da settembre è in esame alla Duma una proposta di legge orientata a punire più severamente le attività terroristiche e fortemente voluta da Putin. I nuovi articoli del codice penale riguarderanno la creazione di associazioni terroristiche, la preparazione e l’organizzazione di attentati. Anche le pene saranno inasprite, innalzando a venti gli anni di carcere previsti per tali reati. Tra le misure meno rispettose dei diritti umani ci sarebbe la norma che autorizza le forze speciali russe ad arrestare i sospetti senza dover dimostrarne l’associazione terroristica davanti ad un giudice. Se la legge contro l’estremismo, metteva in condizione gli OMON di arrestare qualcuno se sospettato di essere un estremista, salvo poi dover dimostrare in tribunale tale accusa, la nuova proposta di legge eliminerebbe questo secondo passaggio, per cui l’accusato di associazione terroristica finirebbe in galera senza giudizio alcuno.

Un’altra parte di questa nuova legge riguarda i parenti del terrorista. Come ha detto Pavel Krashennikov, ex Ministro della giustizia e attuale presidente del comitato parlamentare sulla giustizia, i parenti dell’attentatore dovranno risarcire i danni causati. In che forma avverrà tale risarcimento non è ancora chiaro, ma una prassi dell’esercito russo durante la guerra e la pacificazione in Cecenia era di rastrellare le abitazioni degli attentatori e dei combattenti e portarne via i parenti maschi. Spesso i familiari arrestati venivano condotti in carcere per poi sparire nel nulla. Il tutto ovviamente avveniva senza mandati di perquisizione, accuse o prove.

È chiaro che, in una società come quella della Russia odierna, tale legge liberticida non scandalizzerà più di tanto, se fatta in un clima anti-immigrato. L’equazione immigrato-terrorista ha origini ben più profonde, non si è mai assopita e fa leva sull’intolleranza nei confronti dei “Cjornye”, i negri (tutti gli immigrati dal Caucaso del Nord come azerbaigiani, ceceni, daghestani, georgiani, armeni, uzbeki). I russi si nutrono di televisione e i modelli dei “negri” caucasici offerti loro, sin dalla prima guerra cecena, sono i peggiori. L’immigrato è presentato come criminale, stupratore, attentatore, quasi un selvaggio che vive in Russia (senza neanche saper parlare correttamente la lingua) e mette a repentaglio la vita dei russi puri, i quali spesso non hanno altra scelta che farsi giustizia da soli. È proprio la volontà di vendetta privata unita all’odio razziale che ha scatenato la recente violenta manifestazione di Mosca, da parte militanti dell’estrema destra russa per l’omicidio di un russo. Questa è stata solo una fiammata conclusasi con l’arresto del presunto assassino, l’azerbaigiano Zejnalov, ma i razzisti hanno trovato subito conforto morale nel comunicato stampa dell’Amministrazione di Mosca con cui viene “compresa la rabbia dei manifestanti”.

Prove generali o normale amministrazione?

Il 18 ottobre a Mosca in un quartiere vicino a quello devastato dagli scontri di qualche giorno prima, sono entrate in azione le truppe speciali, gli OMON. Questi hanno rastrellato i luoghi di lavoro tipici degli azerbaigiani (come autofficine e chioschi) portando via almeno una cinquantina di persone tra lavoratori e passanti immigrati. Il rappresentante del Ministero degli Interni azerbaigiano ha definito la vicenda come “un normale controllo di documenti e permessi di soggiorno”, ma a molti ricordano i rastrellamenti dei georgiani in Russia e le espulsioni di massa durante il conflitto armato del 2008 tra Mosca e Tbilisi.

Il pugno duro è già iniziato

Come abbiamo visto il pugno duro contro gli immigrati di origine caucasica in Russia si sente già da tempo e non viene usato solo dai rappresentati delle forze dell’ordine. Nella montante violenza-vendetta contro l’immigrato registriamo altri significativi episodi tutti avvenuti negli ultimi giorni: il 21 ottobre a Mosca è stato accoltellato alla gola uno studente ceceno Andi Muslimov, che appena sceso da un bus è stato attaccato alle spalle al grido di «crepa, stronzo!», il ragazzo è ancora in ospedale, ma stranamente nessuno è riuscito a vedere l’attentatore. Nello stesso giorno a Pietroburgo una manifestazione di estrema destra contro l’immigrazione si è trasformata in una caccia al negro per il mercato più grande della città (non è la prima volta) e si conclusa con bancarelle e chioschi distrutti e teste spaccate.

Ieri notte invece a Volgograd, ignoti hanno lanciato una bottiglia incendiaria in un centro di cultura musulmano danneggiando lo stabile in quel momento vuoto. Nel frattempo la città vive nel panico di altri possibili attentati perpetuati dai “negri”. Sono almeno una cinquantina le telefonate alle forze dell’ordine da parte di cittadini allarmati che vedono “persone dai connotati caucasici aggirarsi in maniera sospetta”.

22/10/2013
Fabrizio Ossino

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